Capolavori nascosti
Nelle chiese di Campofranco, tutte coeve alla fondazione cinquecentesca della città, si conservano notevoli opere d'arte, fra le quali una splendida Decollazione del battista, all'interno della chiesa Madre, e una andata al Calvario, nella chiesa di S. Francesco.
 
 
Sul piccolo centro feudale di Campofranco una delle più antiche testimonianze è quella dei Pirri (1630 ca.), posteriore di pochi decenni alla sua fondazione, a opera del barone Giovanni Dei Campo (1573): <<Campus francus oppidolum...ab anno 1625 13 Junii cun Principatus titulo, juris est Antonii Luchisii. Aedis majoris Paroc. D. Joanni ante Portam Latina... Franciscani Conventum an. 1580... ob loci paupertatem ab oppido recesserunt: hoc anno redierunt fratres 3>>. Poco più di un secolo dopo (1757 ca.), Vito Amico ci dà un'ulteriore descrizione delle fabbriche del principato: << E' decorato di una chiesa maggiore sacra a S. Giovanni sotto un parroco Arciprete, e di altre tre minori Chiese. non che va bello dei convento dei Minori Conventuali, dei titolo di S. Francesco... ;e del palazzo del Principe elegantemente costruito... Ne è S. Anna madre di Maria la special patrona>>. Tre sono oggi le chiese antiche, tutte coeve alla fondazione dell'antico insediamento ed edificate, come questo, dai baroni Dei Campo.
Oltre alla Matrice e alla chiesa di S. Francesco, si annovera pure la chiesa dell'Itria, già cappella annessa al palazzo baronaie e oggi, sebbene rimaneggiafa, unica superstite dell'antico complesso, riedificato nella prima metà del XX secolo. Una caratteristica sembra essere comune alle chiese di Campofranco: nel Novecento totalmente ricostruite "in stile" negli esterni, esse conservano all'interno tracce dei nuclei originari, degli ampliamenti e delle decorazioni susseguitesi nelle epoche successive. Esse contengono inoltre opere d'arte significative per la tradizione religiosa o per ia storia locale, attestandosi talora come doni dei potenti signori dei luogo che, dai primi decenni dei Seicento (1622), diventano, per ramificazioni familiari, i principi Lucchesi Palli. La Chiesa Madre, fondata nel 1575 da Giovanni Dei Campo, il cui nucleo originale quello che attualmente funge da transetto della croce latina, aggiuntavi nel XIX secolo, reca testimonianze degli illustri fondatori nel loro blasone scolpito in pietra, posto sulla facciata (1575), e nella lapide, oggi inserita su una parete dell'ala destra dei transetto (1580), mentre l'acquasantiera con lo stemma della famiglia (1575) è stata oggi asportata. La chiesa possiede un notevole dipinto, rappresentante dei periodo manieristico-barocco isolano, la Decollazione del Battista.
Esso, tradizionalmente attribuito a Pietro D'Asaro, appare più verosimilmente opera di uno di quei pittori fiamminghi operanti in Sicilia, e a Palermo in particolare, nella prima metà del Seicento, che venendo a contatto con la cultura locale ne furono inevitabilmente influenzati. L'opera, tratta da un'incisione di Paulus Pontius di soggetto differente Tomiri fa immergere la testa di Ciro in un bacile colmo di sangue - ricavata nel 1630 da un originale di Rubens, oggi a Boston, e "adattata" al nuovo tema iconografico, rivela, infatti, la mano di un pittore volto alla illustrazione dei costume e dei dettagli ornamentali, che persegue con elegante tratteggio, tramite un coiorismo acceso e briílante. Con una capacità, in particolare, di rendere la sericità dei drappi inusitata a questa data presso i pittori dell'isola, oltre ad adoperare talora tipi femminili e fogge di abbigliamento prettamente nordici. Altri dipinti minori vi sono nella chiesa, superstiti di un patrimonio ben più ricco (Testa). Una Lapidazione di S. Stefano è i nteressante opera seicentesca piena di vigoria espressiva, dalla pregnante vena dialettale; un'Estasí di S. Francesco, dal tratto calligrafico, ma dalle armoniose linee, rievoca uno schema controriformato, ma con una nuova attenzione al particolare realistico, nello scorcio dei tavolo con le stoviglie dei santo. li XVIII secolo è rappresentato da un buon dipinto di forma ovale, raffigurante Tobiolo e l'angelo, che coniuga lo stile barocco dei panneggi tranti dalle smaglianti tonalità, con la piacevolezza dei genere, e da un discreto ciclo pittorico della Via Crucis, che reinterpreta le sacre storie con una genuina vena popolareggiante. In sacrestia un S. Francesco Saverio, opera di un pittore barocco d'inizi Settecento, che molta cura riserva ai dettagli ornamentali - si veda il merletto della cotta e la stola in tipico tessuto "bizarre" - ne attesta una committenza da parte della famiglia Rau, di cui reca lo stemma gentilizio. Lo stile neoclassico trova dignitosa espressione nell'altare ceritrale, con tabernacolo dall'elegante linea, realizzato in legno dipinto a imitazione dei marmo, con decorazioni dorate a rosoncini e festoni e, sulla porta dei SS., l'Agnello dei sette sigilli. Al centro dell'abside, un vivace gruppo scultoreo dell'agrigentino Giuseppe Cardella (1872), raff igurante La Vergine del Rosario con S. Domenico, ripete gli stilemi convenzionali, con compostezza di linee e un cromatismo vivace. Altre statue, generalmente in legno o cartapesta, databili al seco I o XVI I I - co me i I S. Biagio e i I S. Vincenzo de'Paoli - al secondo Ottocento (Quattrocchi) e al Novecento (Michele Caltagirone), sono poste negli altari laterali della chiesa, eseguite con buona maestria, ma anche quelle di anonimi hanno una loro dignità espressiva, come il. S. Antonio Abate e la bella Addolorata in cera, adattata al gruppo ligneo del Cristo e dei San Giovanni.
Altra chiesa, importante punto di riferimento per la comunità iocale, è quella di S. Francesco, popolarmente detta di S. Calogero, fondata da Francesco Dei Campo nel 1573. Linterno, a unica navata con volta a botte, profilata da due logge balconate, che si continuano nella zona absidale - caratteristica che si riscontra nell'Isola in chiese d'inizi Settecento - ha, lungo le pareti laterali, tre nicchie sormontate da arcate, che contengono altrettanti altari, e reca buone decorazioni in stucco di stile neoclassico. Pezzo forte della chiesa, e sinora rimasta ignorata dagli studi specialistici, è la tela seicentesca con LAndala al Calvario, posta nel catino absidale. Essa si attesta come opera non sici I iana, inseribile in quel ricco contesto culturale creatosi a Napoli nel secondo Seicento che, dal patetico naturalismo dei caravaggeschi locali, attraverso le esperienze luministiche e neo-venete di Mattia Preti, si congiunge agli esperimenti luministico-barocchi del Giordano e del Solimena giovane. La sua presenza nella chiesa di Campofranco, considerandone anche il formato "a maddalena", e la successiva piegatura della cornice, effettuata per adattarla alla parete ricurva dell'abside, si spiega verosimilmente con l'ipotesi di un dono dei principe Lucchesi Palli e quindi di una provenienza dalla sua ricca quadreria palermitana. la chiesa contiene alcune buone sculture lignee. La statua della Vergine Immacolata, eseguita nel 1714 (Testa), quasi dei tutto ridipinta, ci introduce, con il suo avvitante movimento serpentinato, alle grazie dei nascen ' te stile rococò, d'influenza napoletana. Alla fine dei secolo XVIII-inizi de XIX, ci trasporta poi il pezzo più significativo - per l'incidenza devozionale che esercita su tutta la comunità campofranchese - della chiesa, la statua di S Calogero. Austera e solenne, esempiata su aulici modelli romani ciassicistici del Seicento, l'opera rivela una buona perizia realizzativa e un fare accademico, che la avvicina, come è stato fatto, alla vasta produzione dello scultore gangitano Filippo Quattrocchi (1734~1818).
Un'altra rilevante presenza nella chiesa francescana, con un balzo di almeno mezzo secolo, è quella dei pittore paiermitano Giuseppe Di Giovanni (1817-1898), più noto come incisore e pittore di soggetti storici e mitologici, che non per la limitata produzione a carattere sacro, considerata più fredda e convenzionale rispetto alla prima (Barbera). Le tele di Campofranco, citate dal Marino Mazzara (1936), collocabili al ritorno dai viaggi d'istruzione deil'artista a Roma e a Napoli (1855), e a Roma, Napoli e Firenze (1856-60), essendo influenzate dalle nuove sperimentazioni luministico-tonali sulla "macchia", riscattano talora le iconografie convenzionali con più originali notazioni di tono romantico-borghese.
Nel S. Francesco riceve le stimmate, un neo-venezianismo programmatico immerge l'evento sacro in un'atmosfera ovattata, giocata su una fredda, monocroma tonalità di grigio-azzurro, nel S. Antonio in adorázione del Bambino la tradizionale iconografia si rivitalizza grazie alla romantica ambientazione, in un interno di sacrestia arredato da un artistico ieggio su cui sono un libro sacro e una cona, mentre dal tendaggio semiaperto si intravvede un rudere di antico edificio­nell'Elemosina di S. Carlo ~orro o l'autore rivela nella scena affollata, prospetticamente inserita in un architettonico scaione, le sue doti di pacato narratore e di ritrattista borghese, oltre che di piacevole colorista. La chiesa di S. Maria dell'itria, ad aula con catino absidale ricurvo, i scandita da lesene con capitelli compositi, conserva nella volta eleganti decorazioni in stucco di gusto neociassico, mentre attualmente estirpato, in attesa di restauro, è il pavimento a piastrelle smaltate, col blasone dei Lucchesi Palli (1836). Nell'abside un caratteristico gruppo scultoreo cinquecentesco in legno, vistosamente ridipinto ' ma un tempo «addorato e toccato tuffo di mistura a vari coiori» (Testa), ripropone la iconografia orientale della Madonna Odigitria, secondo stilemi rinascimentali locali di gusto popolareggiante. Più pregevole è la base che fa da piedistallo al gruppo, in legno intagliato a bassorilievo, con storiette sacre scandite da archetti a tuffo sesto, probabilmente di diversa provenienza. Due tele tardo barocche si trovano nella chiesina: un S. Michele Arcangelo siglato R11771 e una S. Fara, riproponenti schemi ciassicistico-barocchi a opera di pittori locali, mentre una buona scultura tardo seicentesca è rappresentata dal Crocifisso nero, oggetto di particolare devozione; infine dignitosa opera di arfigianato locale sono il Cristo portacroce dei prolifico scultore locale Michele Caltagirone, detto Ouarantino, e a statua ottocentesca dei S. Luigi, nella stanzella adiacente. Le chiese anzidette posseggono un discreto patrimonio di argenterie sacre, reliquiari, aureole, calici, ostensori, ecc. -dei secoli XXVII-XIX - oggi custodite alla Matrice, che si attestano come prodotti delle rinomate officine palermitane, recando in molti casi il punzone dei Consolato degli argentieri di Palermo. Di gusto tipicamente barocco è il calice con marchio di Palermo, ornato da testine di cherubini e foglioline a sbalzo, e di linea molto elegante l'altro calice seicentesco a semplici baccellature, mentre opera dell'argentiere palermitano Giovanni Duro (sigla GD) è l'ostensorio datato al 1742, che stempera in una decorazione appiattita e rada il martellante decorativismo barocco dei secolo precedente.
Altri pezzi privi di marchi - un calice, una pisside e un ostensorio - rispecchiano i successivi stilemi dei barocchettorococò, caratterizzato da motivi titomorfi asimmetrici mossi da andamenti avvitanti. lo stile neoclassico è rappresentato da un appariscente ostensorio con pietre azzurre attorno alla teca, serti di spighe e pampini sulla raggiera, sorretta da un composto angelo che la raccorda al fusto, e dalla navetta dalla lineare decorazione, con sul bado l'iscrizione inerente a Maria SS. dell'Itria e la dala 1830; infine un particolare interesse storico riveste il bastone in argento di S. Calogero con incisa l'iscrizione, che lo attesta come dono di Antonio Lucchesi Palli e della moglie Francesca Pignatelli, di cui vi sono i relativi stemmi incisi (1830 ca.). Il secolo XX registra a Campofranco una ceda attività costruttiva da cui nascono alcune realizzazioni architettoniche che, , lungi dal fare propri i nuovi innovativi stili d'inizi secolo, privilegiano, cedo in ossequio ai gusti tradizionali delle autorità prepostevi, la prassi dei rifacimento In stile". Oltre ai rifacimenti delle facciate delle principali chiese, di cui si è parlato sopra, interamente novecentesca è la chiesa di S. Rita, sorta con interni e arredi di tipo tradizionale nei primi decenni dei secolo. Pure ricostruito, nello stesso periodo, con una destinazione sociale (prima Casa dei Fanciullo, poi Casa per gli anziani) è stato l'ex Palazzo baronale dei Campo (1573). Il palazzocastello, costituito da una torre, una secrezia e alcuni magazzini, domina la pi~zza e l'intero casale. Fu abitato dai Lucchesi Palli fino al XVIII secolo. Di esso possiamo intuire l'eleganza delle linee, già notato dall'Amico e larazionalità degli interni da rare descrizioni di inizi secolo: <<E' di elegante costruzione...fornito di ampie e numerose stanze, di uno spazioso cortile e di una villetta>> (Nicotra); o rilevarne il carattere severo e spoglio, quasi da fortili~ zio militare, degli esterni, da qualche sbiadita foto. Campofranco possiede infine alcune buone opere di scultura contemporanea in bronzo, eseguite da artisti siciliani, quali la Fontana della Rinascita, progettata da Vittorio Ziino e realizzata da Giovanni Rosone (1955), con intento storico-celebrativo, e l'aggraziato e dinamico gruppo delle Due Ragazze di Franco Montemaggiore (1970), collocato nel cortile della Scuola Media Pirandello. 
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